stanno succedendo un po’ di cose

23 02 2010

la più evidente è la minore carta sulla scrivania, e la luce in fondo al tunnel, che è ancora in fondo ma si vede.

poi ci sono due scrivanie vuote, una di fronte a me, una più lontana, due assenze che si fanno sentire, e se non ci pensi non ci fai caso, ma quando ci pensi dici “‘zz non ci sono più…”.

poi mi rendo conto che una casa ti deve piacere. la devi sentire tua. si fottano i brunetti & co. che la menano con i bamboccioni, io i soldi li spendo per qualcosa che mi piace, mica per un ripiego che non mi fa stare bene. e ne ho viste diverse, anche di amici, che però non mi piacciono, non sono mie, alcune scelte, di amici, addirittura un pugno in un occhio per certe cose, bisogna stare bene e io non ci starei.

poi, alla malora chi ne sarà invidioso, ho deciso per comprare l’auto che volevo da anni, usata, ok, ma be tenuta, e l’aspetto.

poi c’è il teatro, tanto teatro ultimamente, un fottìo di teatro, bello, entusiasmante, ricco, locale, intimo.

poi c’è la prima tappa del nuovo diario scritta, e l’intenzione di completarlo e di farlo anche per il 2009, che anche se ci sono cose che finora non ho scritto è venuto il momento di farlo, sarà una mezza tortura, ma lo voglio fare, perchè è giusto non tenersi certe emozioni per se stessi.

c’è una chiavetta usb che pare funzionare, dopo una settimana di problemi, ci sono foto da pubblicare, ritorni da fare, che mi mancano, spartiti da suonare, percorsi da camminare.

ci sono tante cose, in un altro momento mi sarebbero sembrate troppe, ma in questo momento no, forse qualcosa sta cambiando, si sta evolvendo, sta crescendo.





mechitali

3 02 2010

forse sono uno dei pochi a non essere ancora andato a gustare una delle ultime prelibatezze della famosa catena di cibo veloce, novità che pare essere ambrosia da tante lodi sta ricevendo ogni sera sui telegiornali italiani, con tanto di ministro delle politiche agricole che gioiosamente sbandiera l’accordo preso dalla famosa catena con i produttori di materie prime  alimentari, italiane, evviva l’italianità!

io non posso esserne che felice se dei produttori italiani, che producono magari anche bene, facciano affari con un accordo così importante, loro acquisiscono un buon canale, si crea una nuova domanda che fa guadagnare, i lavoratori lavorano e non stanno in CIG, insomma è un bel giro, e anche la catena magari riesce a vendere qualcosa che ha dentro degli ingredienti più controllati e certi nell’origine, una volta tanto.

ma perchè questo accordo deve diventare uno spot a favore della catena? ho capito che ci guadagnano in tanti, ma alla fine il marchio che appare in quei servizi è solo quello della catena, il cui nome non viene citato, ma che con modici investimenti pubblicitari, ottiene con i tg una cassa di risonanza notevole. a mio modo di vedere non può bastare non citare un nome per non fare pubblicità, perchè se tanto parlare è stato fatto per dei gioielli indossati da giornaliste in tv, oggetti che non hanno questo grande mercato e quindi grande diffusione in termini di informazione, non capisco perchè di questa azienda che è leader di mercato, che tutti nel bene o nel male conoscono, passi invece come grande notizia. di più, i gioielli erano indossati e non veniva fatto un servizio, qui il servizio è stato fatto, trasmesso, e con toni trionfalistici che manco una società di marketing avrebbe potuto fare.

in questi giorni sto leggendo un libro di Daniele Luttazzi, mi piace, mi piace, mi piace. non condivido molte sue battute, ma mi piace lui e il suo modo di porsi, di non avere peli sulla lingua e di fare osservazioni, puntuali, in uno stile che definirei giornalistico. ma d’altri tempi. e leggendo il buon Daniele, mi chiedo come mai un Ordine dei Giornalisti non riprenda chi ha fatto e trasmesso un servizio del genere, trasmesso in prima serata, dove il messaggio che passa è “‘sto panino è buono, vallo a mangiare, se non lo vai a mangiare potresti essere considerato un traditore della patria!”? perchè devo vedere una decina di persone dire che quel panino gli è piaciuto, uno addirittura sono tre giorni di fila che lo va a mangiare!!! mangiatelo, e non scassare, rifiutati di rilasciare un’intervista in quel senso, a meno che vieni pagato, perchè non è un’intervista quella, è pubblicità fatta a gratis, sulla prima rete nazionale.

è vero, siamo messi male, sempre peggio. vai di badile.





piedi per terra

25 01 2010

se sei fuori forma, sovrappeso, che non hai fiato per colpa delle sigarette, dovresti evitare di fare attività fisica pesante…

cmq certe cose possono far capire che sei normale, o meglio un essere umano quasi come tutti gli altri…

non sono io. nel caso preferirei oziare e continuare ad ingrassare beatamente.





bella gente d’Appennino

12 01 2010

secondo libro di Giovanni Lindo Ferretti, che ho trovato molto più interessante e maturo della prima opera. il respiro è più ampio, anche se le tematiche trattate hanno una localizzazione più ristretta: tutto, o quasi, si svolge sull’Alpe, sui suoi monti, nella sua famiglia, tra le tradizioni di paese e le abitudini quotidiane di casa. ma il respiro rispetto a “reduce” si fa più ampio, forse perchè il travaglio del ritorno è ormai abbastanza superato, o forse perchè nelle proprie radici spesso si trova la serenità e la pace.

gli aspetti della vita montanara sono affrontati da diversi lati, molto toccante la parte intitolata “sepoltura”, dove si affronta il tema della morte e delle tradizioni e dei riti funebri: argomento che nel nostro mondo pulito e asettico puzza di marcio e di macabro, ma che quando anche io ero bambino veniva vissuto con approccio molto più vero e franco, mentre ora anche questo momento subisce le influenze della fretta di tutti i giorni.

il mondo dell’Alpe e di Giovanni è lento, quieto, ma non esente dalle modificazioni moderne che paiono ridonare vita a dei luoghi abbandonati, ma hanno il risultato di crearne soltanto un bel mausoleo.

ancora qualche accenno al suo ritorno a casa, ma stavolta molto limitato, infastidisce un po’ quando lo ricorda, ma passa, piuttosto rapido a dir la verità, si lascia leggere, interessa, finisce presto.





l’industria della solidarietà

21 12 2009

di Linda Polman.

interessante libro-inchiesta nel mondo delle associazione e del non-profit, in particolare delle ONG impegnate in contesti di guerra.

questo libro colpisce molto, e una persona che sostiene qualche progetto credo possa saltare sulla sedia leggendo i fatti descritti da parte della Polman. certo, le parti più interessanti sono quelle vissute da lei in prima persona, i sentito dire, a volte, paiono essere un po’ esagerati. in ogni caso, tutto quanto rappresentato è indubbiamente preoccupante, e fa partire un’analisi di coscienza: spesso infatti chi dona lo fa sulla fiducia, lo vedo anch’io quando sto dietro il banchetto di Emergency e molta gente quando chiedi loro se vogliono delle info in più ti rispondono “sì, sì, vi conosco, Gino Strada, bla bla bla…” e se ne vanno via. ecco, a me spiace che se ne vadano, avendo scelto di far parte di una ONG che fa dell’informazione puntuale il suo punto di forza, mi spiace che chi dona lo faccia sulla fiducia, perchè si è lì, preparati, disponibili a rispondere a delle domande e la gente se ne va, pur lasciandoti la sua donazione.

fate domande gente, qualunque sia l’associazione scelta, cercare di capire dove vanno a finire i soldi lasciati, quali sono i costi che sostengono per la struttura, quali difficoltà incontrano, perchè fanno certe scelte, e cosa fanno: potrebbe sembrare una domanda banale questa, ma in questo periodo di Natale a casa arrivano chili di depliant di associazioni, che mettono il bimbo triste e chiedono soldi; anche queste sono tecniche commerciali ben specifiche, per far aprire cuori e portafogli. bene, dopo aver letto questo libro mi sento meglio nel dire “NO” a certe richieste.

il libro contiene molte critiche, la prima fra tutte quella dell’incapacità di molte ONG nell’affrontare i problemi della gente, pensando di portare qualcosa di buono, in realtà aggiungono soltanto altri problemi. di esempi il libro ne è zeppo, fornisce molti spunti di riflessione.

all’università il mio Prof., Giorgio Fiorentini, mi diceva che (allora era il 1999) circa un terzo delle associazioni esistenti in Italia era falso, create ad hoc per sottrarre denaro alla gente, senza realizzare nulla. oggi penso che la percentuale si possa senza dubbio considerare più alta.

un’ottima lettura per le vacanze natalizie, per far riflettere gli amici, e magari per trovare buoni spunti per dare una mano. seriamente.

tanti auguri a tutti.





il vero problema

14 12 2009

non è l’aggressione in se stessa.

il vero problema è che ho sentito parole che non sono state dette dai politici nei confronti di altre situazioni analoghe, relative a comuni cittadini, e nemmeno di fronte allo schifo compiuto nell’asilo di Pistoia. perchè?

perchè nella fattoria degli animali qualche maiale è più uguale degli altri animali.

e se di fronte a centinaia di migliaia di altri casi simili la maggior parte della gente ignora o volta le spalle, beh, non si venga tanto a fare la morale proprio adesso.

andate a dirlo ai genitori di Cucchi, o al ragazzo pestato a Parma qualche anno fa, alla madre di Aldovrandi, andate a dirlo ai familiari delle vittime del terrorismo di Stato, andate a dirlo a tutti loro.

ieri pomeriggio, qualche ora prima ero in zona, fosse successo a me, non sarebbe capitato tutto questo can-can. perchè? forse perchè non sono un maiale, e pertanto meno uguale.





chicago boys

9 12 2009

nuova produzione del Teatro della Cooperativa, a mano di Renato Sarti e Bebo Storti.

come definirlo? è, sinceramente, piuttosto complicato. perchè ripercorre un secolo circa di storia economica, di liberismo, con un’analisi scientifica, economica, non da attori, ma da veri e propri economisti. e fa paura. fa paura perchè mostra in chiave scientifica le aberrazioni dell’economia, e della politica che è, si sa, ad essa assoggettata. viene voglia di cancellare tutto, strappare leggi e regolamenti e lasciare il tutto in mano davvero ad una mano invisibile, in un mondo dove il falso domina su tutto. si pretende di avere libertà di mercato, ma tale libertà è gestita da coloro che controllano il mercato, con regolamenti, accordi, trattati (il Nafta ne può essere un esempio) che non mettono le parti su un unico piano, ma che sottolineano ed evidenziano e rimarcano le differenze.

C.B

la trama scorre all’inizio, a mio parere, un po’ lenta, si fatica a prendere confidenza con il lessico volgare di Renato nei panni del magnaccia dell’economia, poi però il suo personaggio viene fuori, si impone sulla scena e la domina, coinvolge, spaventa, si fa odiare, tira fuori i sentimenti che ogni persona con un briciolo di intelletto dovrebbe avere di fronte agli scempi che l’economia è stata in grado di produrre, o meglio che gli uomini sono stati in grado di produrre in nome dell’economia.

è un viaggio spaventoso attraverso lezioni economiche, casi di studio rappresentati senza veli, rappresentati nella loro essenza più malata, e purtroppo più vera.

facile tacciare lo spettacolo di catastrofismo, di comunismo o altro ancora, è tutto vero, reale, tremendo. prende, coinvolge, non ti lascia e ti fa riflettere anche fuori dal teatro. Renato ed Elena sulla scena sono spettacolari, soprattutto Elena che recita due parti, quella reale e quella di copertura, Renato invece recita perfettamente la parte del bastardo, tanto che se non fosse lui ti verrebbe veramente voglia di salire sul palco e infilargli il cappello da ussaro nel didietro…