passi

26 12 2010

li ascolto ormai da anni. da anni ho imparato a riconoscerli.

ad occhi chiusi, con le porte chiuse, tendendo l’orecchio verso la scala posso dire a chi appartengano i passi che risalgono i gradini.

quelli di mia nonna erano i più facili, saliva i gradini di rado e lo faceva in modo lento e forse con un tentativo di fare piano, ma le sue scarpe di cuoio la tradivano. il cuoio gli abitanti di questa casa lo indossano solo per uscire, quindi se è cuoio significa che non è un abitante della casa a salire le scale. e poi era anche facile perchè parlava sempre ad alta voce (“ga sinti no, che i telàri m’en fai divintà surda” diceva sempre) e quindi si sapeva già chi fosse.

invece mia mamma e mio papà si assomigliano abbastanza, sono soltanto delle piccole sfumature, un ritmo lievemente diverso e l’appoggio del piede differente.

mio padre un passo più lento, quasi stanco, stufo di fare quelle scale, come se ogni volta pensasse che sono belle perchè così la casa è più grande e godibile però rompono anche i maroni fare le scale; e in ogni caso il passo è leggero, quasi cerchi di non farsi sentire, non disturbare.

mia madre invece un passo più deciso, leggermente più rapido e un filino marziale, come se l’unica cosa che le importasse fosse l’arrivare in cima perchè c’è una cosa importante da fare.

e detta così paiono molto differenti, ma credetemi, ad un ascoltatore distratto o poco esperto, paiono uguali. il segreto sta nel tendere l’orecchio, ascoltare, e indovinare. e dopo tanti anni, raramente si sbaglia il colpo.





pensare

18 12 2010

sto ricominciando a pensare. e a scrivere. se tempo fa pensavo che comunicare con l’esterno fosse facile, mi sono reso conto che non lo è, e che a volte non ha neanche senso.

preferirei dormire, rallentare il tempo o spostare lo spazio, non essere qui e ora. poco zen.

mi sono reso conto che lo zen non ti serve a un cazzo se vivi in Occidente. ogni tanto mi viene voglia di dire una parolaccia. forse prossimamente mi trasformerò in una di quelle persone che infarciscono le frasi di parole inglesi, una cosa che odio.

ho sentito clienti felici che gli ho risolto un problema e che i loro dipendenti riceveranno la tredicesima e lo stipendio regolarmente anche quest’anno. che comprino qualche regalo per i figli e per la moglie o per il marito. ho comprato sei panettoni e due pandori per domani. dovrei fare degli straccetti di pace per avvolgere in un piccolo rotolo le fiabe da lasciare ai bambini: chissà cosa combineremo domattina io e l’Angelina, magari io parlo e lei racconta, chissà se ai bambini interesserà ascoltare delle fiabe che vengono da paesi lontani, da bambini lontani?

“tutti i maiali devono morire” mi dice il Death in June, fra zamponi e cotechini e tanta gente che affolla le strade, che non riesci neanche a goderti la neve che ha coperto con un paio di dita di spessore le strade padane (nel senso di valle padana, non della merda leghista).

sarà un Natale diverso, è difficile esprimere il proprio affetto senza trovare un regalo da fare. perchè? eppure se ci si pensa lo è. fottiti stronzo bastardo di vicino che continui a far casino. a te regalerò un carico di letame gelminiano. ti voglio bene.

dovrei mettermi al lavoro. ancora un po’. questo è il periodo peggiore dell’anno. si corre al lavoro, si corre a cercare regali, si corre per il volontariato, si corre per vedere gli amici, e in tutto questo non c’è tempo e voglia per andare a correre. buttassero almeno del sale sulle strade. non ho voglia di rompermi il collo che già è messo male oggi.

c’è un bel sole, ma non fa caldo, ma il sole è bello. oggi sono felice ci sia. sulla neve bianca e l’asfalto che brilla della neve che si scioglie. domani ancora dai, che siamo a casa.

voletevi bene.





il sogno s’avvicina

10 12 2010

quando passi un periodo schifoso, in termini di stress e insoddisfazioni, nella testa capita che ti passino brutti pensieri, che non hai voglia di nulla, che ti senti perso e che non capisci più dove sei, chi sei, come sei.

la testa ti porta in zone che non vorresti raggiungere, ti porta a prendere strade che non ti fanno stare bene, perchè a volte i problemi non bisognerebbe cercare di risolverli, ma lasciarli lì a marcire: il rischio è che possa fare più male, ma è un male calcolato e non stupisce, ci si è preparati.

per uscire da questo male, si può cercare di cambiare una mezza giornata, un caffè in un bar del centro a parlare con una ex-collega e cara amica, e poi seguire il suo suggerimento di prendere l’audioguida per la mostra su Dalì, di cui mi piace crogiolarmi a guardare le opere.

non ho mai preso un’audioguida in vita mia, e ironia della sorte i soldi che ho nel portafoglio (mi sono scordato di prelevare al bancomat) mi bastano proprio per il biglietto e per l’audioguida.

è bello ascoltare il racconto, guardo i quadri in modo diverso dal solito, colgo più dettagli di quanto ho mai fatto: molte opere sono per me nuove, o comunque non le vedo da anni, quindi alla memoria sono come nuove, e i colori delle stanze li trovo particolarmente adatti per lo stato d’animo delle opere. mi soffermo sui filmati, li guardo per intero, lascio che il tempo vada dove vuole andare e io invece resto fermo, mi muovo lentamente, godendomi ogni singola opera.

volano più di due ore, il finale cartone animato “Destino” lo trovo semplicemente meraviglioso. sosta al negozio, esco e guardo il cellulare. Angelina mi scritto di fermarmi da lei a cena, che mi aspetta. la chiamo un po’ spiaciuto che faccia così tardi per me, sono le nove passate e Milano è splendida, l’aria è stata ripulita dal vento di oggi, le luci sono piccole ma brillano più del solito, il Duomo mette in mostra i suoi mosaici illuminati, la mostra è stata per me splendida, poche ora mi hanno lavato via un’angoscia e una tensione che non sapevo dire di giorni. prendo subito la metro, non voglio far aspettare di più l’Angelina, che so che sta morendo dalla fame; mi metto le cuffie con un album di Dominique A. non mi pare neanche di essere a Milano, mi pare di essere a Parigi, o a Madrid, ma più Parigi, mi piace l’idea di aver visto una mostra in serata a Milano, mi piace essere sulla metro ad ascoltare musica, mi piace sapere di andare a casa di una persona che mi vuole bene e che mi sta aspettando per cenare insieme.

ieri mattina non stavo così bene.