piccoli pezzi di stori/2 ovvero Einsturzende Neubauten

12 04 2008

Piove a Milano, una pioggia leggera, atlantica, poco tipica della città. C’è poca gente fuori, con Toni e Camilla si gira un po’ attorno. In un ristorantino nascosto in una vietta senza infamia e senza lode la gestrice parla con un signore, gli dice che i musicisti sono dentro a cenare. A Toni viene quasi un colpo, si entra? No, dai, che stanno mangiando. Blixa passeggiava prima davanti al locale, osservando le magliette taroccate e ridendo.

Si aspetta ancora sotto la pioggia leggera ma inesorabile. Prima di entrare siamo belli umidi. Io sono tranquillo ma anche un po’ agitato, chissà come sarà. Il tempo di attesa è lungo, poi aprono i cancelli, arrivano gli altri, ci fermiamo al banchino dentro il locale. Sono in giro da quasi trent’anni eppure sono ancora qui a vendere i loro cd come un qualsiasi gruppetto locale.

La fauna inizia a popolare il luogo. Sembra di tornare agli anni ottanta. In giro ci sono un mucchio di gente che pare essere uscita dalla scena new wave dell’epoca: ce n’è uno che mi ricorda il Ferretti dei bei tempi andati, è uguale.

Siamo davanti, il tempo passa, qualcuno è ansioso. Poi finalmente si spengono le luci, con segnali tipo teatro. Ancora qualche istante. Le chitarre sono accordate, la tastiera piazzata, le percussioni fanno bella mostra di sé.

Eccoli, escono. Parte il gioco. Un muro di suono invade subito la platea, di concerti di musica dura ne avevo sentiti, ma loro battono tutti con questo inizio, con un effetto tipico dei palazzi di nuova costruzione che crollano sotto le cariche di esplosivo. Einsturzende Neubaten, signori, eccoli. Qualche chilo in più rispetto al passato, ma l’onda parte e invade il locale. Giù siamo tutti fermi, immobili, quasi ad aver paura di essere trascinati da quell’onda, trascinati via senza possibilità di ritorno ad ascoltarli.

A descrivere la loro musica si fa fatica. Industrial, padri dell’industrial, conosciuti ad un solo pubblico di nicchia, fedeli a loro stessi e fedeli a loro. Genio è la parola che li descrive meglio, quel genio scanzonato e che si prende poco sul serio, che sperimenta continuamente, che usa gli oggetti comuni, gli strumenti industriali, i rumori dell’industria vengono trasformati in musica, in ritmi ipnotici e continui che si fanno accompagnare da un basso con distorsioni eccezionali.

Il cantato in tedesco non aiuta a seguirli, il buon proposito di imparare questa lingua, e il conoscere qualche parola grazie ai loro testi, ma non importa, perchè si fanno seguire bene lo stesso. La sensazione maggiore provata durante quelle due ore e di una continua contraddizione, da una canzone all’altra, Paradiso e Inferno, calma e rabbia, violenza e dolcezza, rumore trasformato in musica e musica trasformata in rumore, improvvisazione e studio ossessivo, sperimentazione continua e fedeltà assidua. L’onda continua ad avvolgerci, il pubblico sembra impietrito. Mi aspettavo un pogo, ma non partirà mai in modo serio: ti aspetti che sulla loro musica la gente impazzisca e invece tutti rimaniamo estatici ad ascoltare, immobili, rapiti.

Estasi, una parola che mi è passata diverse volte nella testa durante il concerto, con la pelle delle braccia che dava una strana sensazione, quella che la musica si fosse infilata appena appena sotto il primo strato di epidermide e scorresse in circolo.

Fuori pare di essere a Londra, dentro pare di essere a Berlino. Siamo nel 2008 e pare il tempo si sia fermato agli anni 80. è contraddittorio, non ha senso, eppure è così. Quasi trent’anni di carriera alle spalle e un locale con soli fedeli. Pochi ragazzini, tutta gente che di trenta e anche quaranta e più anni, gente vestita da rocker e dandy, jeans strappati ma anche tante giacche e cravatte, dark e punk, metallari e gente che ascolta musica classica, sembra assurdo, ma pare che tutto il mondo, tutti i rappresentanti di ogni categoria si sia ritrovata qua. Loro sono gente del Popolo, amano il Popolo e il Popolo li ama. Li segue, è fedele. Loro sono seguiti e sono fedeli al Popolo.

Raccontare la fredda cronaca non ha senso. Era la prima volta e non ha fatto male. Anzi, ha fatto bene. È un’esperienza da vivere. Un’esperienza di cui fu certamente previsto il realizzarsi nel gennaio del 1996 leggendo le storie di Bianca, la protagonista di Esp che andava in giro vestita completamente di nero, con anfibi, un lungo cappotto e il ciondolo svolazzante con il simbolo degli Einsturzende Neubaten sul petto; la ricerca dei loro album, quasi introvabili in Italia, il rimandare tante volte, e poi il dire a Toni che si era appena fissato nella carne il loro simbolo che ci sarei stato. La sensazione della sera prima che sarei stato di fronte a qualcosa di storico, una storia che come tante non verrà raccontata nei libri. Una storia che come tante lascia un segno profondo e piacevole.

Le ultime parole del loro ultimo album.

Ich warte immernoch. Aspetto ancora.

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