viaggiano i viandanti, viaggiano i perdenti, più adatti ai mutamenti, viaggia Sua Santità

30 11 2006

100_1345.jpg stamattina mi sono riguardato questa foto, e mi è venuto in mente questo verso dei CSI che ho messo come titolo. ho pensato che non avevo nulla da dire in merito, ma che in questi giorni ci sta bene. e che questa foto mi piace. mi piace anche il contesto in cui l’ho scattata: io quella signora alla finestra non l’avevo neanche vista, dopo una camminata di una decina di km, con in testa di tornare a casa a metterci al pc. poi lei che mi fa “hai visto? là”. e le ho detto di mettersi in un certo punto, che facevo finta di farla a lei la foto e invece prendevo un soggetto che stava su un secondo piano. poteva essere fatta meglio, ma sono timido nel fare le foto alle persone, ne faccio molto poche, mi sembra di rubare qualcosa, no, l’anima no, che quella non la si può rubare. sarebbe bello un giorno poterle mostrare tutte e dire “grazie per aver involontariamente posato”.





è un paese impasssito

29 11 2006

e un po’ appasssito…. e che fa le prove tecniche di trasmissione.

qualcosa di poco logico c’è, se un film d’inchiesta viene preso dalla magistratura che fa domande agli autori e poi mette sotto accusa gli autori stessi. gli autori chiedono “ma il film lo ritirate?” e gli inquirenti rispondono “no, siete voi a diffondere notizie false e tendenziose, non il film”. cazzo, questa è la risposta. la cosa ancora meno logica è che il giornalista butta lì un “forse è il caso di controllare meglio perchè alcuni dati (istituzionali) non quadrano”, e che chi è sospettato nei brogli, dalla sua camera d’ospedale dica “ricontiamo tutto”. come cantava Vasco “c’è qualcosa che non va in questo “cielo”…”. comunque domani sera ne approfitto e vado a vedermi la presentazione e a cercare di capirne di più.

e intanto si fanno le prove tecniche di trasmissione per sabato. tra le ipotesi valutate anche il remake di una scena dei Blues Brothers, quando John Belushi entra in chiesa, viene illuminato da un occhio di bue e urla “ho visto la luce!”. nella parte dell’incommensurabile John una persona più bassa e con meno peli… il risultato però promette di essere altrettanto esilarante…





yawn…

27 11 2006

cielo grigio su, cielo grigio su, foglie gialle giù, foglie gialle giù, cerco un po’ di blu, cerco un po’ di blu, dove il blu non c’è, dove il blu non c’èèèèèèè….

come non mi piace ‘sta canzone dei Dik-Dik, però sono quei motivetti malati che ti tornano in mente in questi giorni uggiosi mentre le foglie rosse e gialle cadono dai rami, esalando il loro ultimo respiro. chissà che pensano gli alberi mentre le foglie si staccano: farà male, o è come quando agli umani cadono i capelli, non sentono niente e basta? a parte l’indubbio vantaggio di non dover ricorrere a lozioni e trattamenti tricologici quando ti cade una foglia, e nessuno che ti dice “ah, stai andando in piazza”, tanto ci vanno tutti, a parte i pini, che però sono esteticamente più brutti, vuoi mettere un castagno, una quercia, loro invece lì con i loro aghi, a pungere…

pensieri strani scattando foto lungo il Naviglio. in bianco e nero, quasi tutte, per mitigare l’effetto foschia che permea tutta l’atmosfera. raggiunto il limite di Flickr, ho troppe foto, alcune non si vedranno più, a meno che pago. non ho voglia di pagare, semplice.





tornare alle foto

24 11 2006

da un paio di giorno sono tornare a postare qualche scatto su Flickr. dopo l’abbuffata estiva, ora è tempo di riposo. lascio la macchina fotografica a casa, e quando la porto preferisco godermi i colori autunnali con gli occhi, che dietro all’obiettivo. ora i colori però sono diventati un grigio-perla-topo un po’ piatto e inutile, buio a basso, sparato chiaro in alto.

mi stupisco sempre quando trovo persone che hanno centinaia di contatti. ah, lo stimo, non so se questi contatti siano reali oppure solo un link. io i miei pochi a fatica li so seguire, mi scusino. c’è chi mi ha colpito all’inizio, ma un po’ stancato, che mi piace ma fotografa diverso da me e allora li guardo veloci. c’è invece chi mi piace tanto, e a volte commento.

poi ci sono i gruppi. mi hanno invitato in diversi gruppi, per alcuni ho accettato, per altri no. a me i gruppi generalmente mi piacciono poco, alla fine ci trovi sempre qualche stronzo. invece pochi amici sono meglio, li conosci, scambi idee, di stronzi non ce n’è o si recita una parte da stronzo. a parte colui che è soprannominato “Lo Stronzo”, ma quella è un’altra storia, perchè è un animo buono come il pane. dunque i gruppi: nei gruppi ci sono le regole e puntualmente nel gruppo trovi quelli che vogliono apparire e delle regole se ne fregano; normalmente devi postare 1 sola foto e poi commentare o votare le 5 foto prima delle tue. puntualmente trovi quelli che manco uno “0” ti danno, postano tutte le foto che gli interessa, insomma sono fastidiosi. però trovi anche delle belle cose, soprattutto in quelli ben gestiti.

mi piace trovare immagini che parlano, di persone sconosciute, che alimentano questa loro passione. il difetto di Flickr è che è troppo vasto, ti perdi, c’è troppo e finisci per non apprezzare tutto… una foto per me è un messaggio, una descrizione, un momento, uno stato d’animo. non posso fotografare sempre e comunque, ho bisogno di dare un’anima allo scatto, anche se non sembra, ma quando non c’è, si vede che manca.





reduce/2

23 11 2006

terminato. ora in lista d’attesa un altro preso ieri e uno iniziato da qualche giorno che mi ha provocato dei conati di vomito (veri) nelle prime pagine, ma ora sta proseguendo su una linea più digeribile.

“reduce”. “reduce” è il libro di Ferretti di cui parlavo qualche giorno fa, sua autobiografia anomala, raccontata come lui sa raccontare. lo stile è il suo, ricco nei vocaboli, nella forza delle parole, ma molto asciutto, non si perde in tanti giri di parole, punteggiatura fitta, periodi molto brevi, che rivelano lo stile compositivo di cui ha parlato nella presentazione: una pagina, scritta oggi, viene rivista alla sera prima di andare a dormire, poi ripresa la mattina dopo, levigata, cesellata: come per le sue canzoni, da un racconto, da periodi lunghi viene tirata fuori l’essenza, le giuste parole che danno forza e significato all’idea. questa cura la si nota.

non è un libro normale, ma neanche sui generis, almeno per chi è abituato alla sua poetica nel canto. è un libro che cerca di raccontare il cambiamento: i CCCP solo accennati, citati invece diversi pezzi dei CSI di cui si intuisce ora meglio il messaggio. e poi tanta religione, lo studio, i viaggi, le esperienze, le emozioni. lo si legge in fretta, ma per capirlo credo abbisogni di molto tempo, per capirlo tutto, troppo tempo, anche qualche viaggio e qualche lettura in più.

un libro sincero, che racconta, che non vuole catechizzare e chi la prende in questo modo, sono certo sbaglia. un libro che per capirlo forse necessita prima dell’ascolto degli album che hanno portato ad esso, come un cammino: è per questo che non se ne può consigliare la lettura tout-court.

delle pagine che più mi sono piaciute quelle in cui parla del rapporto con la madre, in particolare quel dialogo che è unico in tutto il libro. interessanti anche i commenti sulla genetica che espongono il suo credo e che dovrebbero aiutare a capire che quella lettera scritta al Foglio era un dialogo e non un tentativo di catechizzazione. che tra l’altro non riuscì e fece solo gridare allo scandalo molte persone. non a me, che ci sorrisi sopra, che se non hai ancora capito che lui fa quello che ha voglia e che dei giudizi altrui poco gli importa, allora non hai ancora capito niente.





gli inventori delle malattie

21 11 2006

Preferisco essere ignorante (che non vuol essere necessariamente “non
intelligente”) e sai perchè?
Così avrò sempre qualcosa da imparare

a chi mi ha scritto questa cosa non posso altro che dire che secondo me è sulla strada della saggezza. aggiungo solo che quando si impara è doveroso diffondere ed insegnare.

pensavo che non c’entrasse nulla, ma a questo punto c’entra bene. un libro, “gli inventori di malattie (come ci hanno convinti di essere malati)”, da qualche tempo finito di leggere e non ancora commentato, fa proprio al caso. è un saggio, scritto da Jorg Blech, affronta il mercato delle malattie tedesco con casi anche americani. potrà sembrare lontano da noi, ma la realtà è che l’industria farmaceutica applica le medesime strategie in ogni angolo di mondo. tutto inizia da una visione distorta di un medico senza clienti, che faceva di tutto per procurarsene: il rapporto medico-paziente è un rapporto di fiducia, con una forte asimmetria informativa(*)  a tutto favore del medico; se il medico abusa di ciò riesce letteralmente a soggiogare la sua controparte, a fidelizzarla come consumatore dei suoi servizi, e non più ad essere al suo servizio, ma al servizio di qualcos’altro, che siano soldi guadagnati con il contributo di terze parti, oppure di un ego che si deve continuamente alimentare per essere soddisfatto.

i nostri vecchi quando dovevano prendere delle medicine erano sempre scettici e dicevano “chel c’al fa ben da una part, al fa mal da che l’oltra” (quello che fa bene da una parte, fa male da un’altra), a definire gli effetti collaterali che spesso vengono tenuti nascosti. senza troppi scrupoli si testano su persone sane (preferibilmente con difficoltà economiche) medicinali inutili. si inventano letteralmente nuove malattie, senza sintomi precisi, senza test che dicano “sì sei malato, no, non lo sei”.

è un viaggio nel mondo di alcuni malanni, probabilità che forse mai si realizzeranno, una fonte di informazione utile, non certamente esaustiva, ma che a persone attente può far scattare la giusta molla di riflessione e di comportamento conseguente.

Jorg Blech
Gli inventori delle malattie
edizioni Lindau
per info





refrattario

20 11 2006

ultimamente mi rendo conto di esser refrattario a molte cose. soprattutto a ciò che è o viene venduto come “fico” (o “figo” che dir si voglia). anche quello che mi piace non diventa mai fico o figo, per me. rimane una cosa che mi piace. tantomeno può essere per me “cool”, che tra l’altro mi pare significhi “freddo” in inglese…

sia chiaro, non mi spiace affatto questa situazione, anzi ne sono felice, perchè mi permette di staccarmi da molti influssi, e non mi porta ad essere insensibile, solo mi fa riflettere sul fatto che una cosa mi piaccia o meno, indipendentemente da influssi esterni. e credo sia un bene.

facendomi tali masturbazioni mentali, non posso evitare di domandarmi quale possa essere la ragione che fa avere un cattivo rapporto delle donne con le seghe. intese sì come sinonimo di atto masturbatorio maschile di cui inizialmente faticano a capire la meccanica, ma anche come strumento per tagliare il legno. non so se le due cose coincidano, ma constatando entrambe le soluzioni la domanda mi è sorta spontanea. e poi c’è l’altra: che noi maschietti siamo stati creati solo per fare i falegnami o per farci delle gran pippe?

(tutti questi discorsi assurdi, oltre ad essere parti della mia mente, sono strumentali a vedere quali altre boiate di ricerca possano portare esseri pensanti qui…)