alla fine abbiamo deciso di andarci in auto. la prima idea di lasciare l’auto a casa di Tano e prendere un autobus è stata scartata dopo l’aver trovato una strada bloccata per lavori, che ci ha costretto ad un giro più lungo. già pioveva, e Milano quando piove diventa infame, con un traffico che si moltiplica e si blocca. ma le strade parevano sgombre, e via. la sorpresa di strisce mutate da bianche e gialle che ci fa perdere altro tempo, mentre l’Angelina già ci aspettava nel megastore. cerchiamo le strisce blu, almeno stiamo tranquilli; tabaccaio per il gratta e sosta, non prima di aver maledetto il Comune che ha tolto i tanto comodi parchimetri, che ci dice che le blu sono blu solo dal 5 novembre. via dritti allora verso corso vercelli, sotto l’ombrello che sgocciolava ai lati riparandoci dalla pioggia leggera che allagava le strade.
dentro troviamo l’Angelina, due saluti, mentre Giovanni inizia a muovere le dita da rana sulla tastiera; tutto si muove in modo strano, noi che ci scambiamo due parole, la gente che gira tra gli scaffali, altri seduti e altri ancora in piedi ad ascoltare questo sottofondo dolce che riempie gli spazi.
poi parla, domande, le prime timide, poi via via incalzanti, con Giovanni che risponde, allegro, come sempre, e limpido, come un bambino. parla dei suoi dischi, di come sono nati, del suo amore per Milano e per gli autobus e i metro e il casino che regna in città, parla di come non desideri fare duetti, e ti fa capire come per lui la musica sia davvero qualcosa come un braccio o una gamba, oppure un giocattolo, che un bambino si gode e che non vuole dividere con altri, lui è felice con il suo gioco e quello gli basta.
dopo c’è la fiumana per gli autografi, con lui che lo vedi che non vorrebbe andare via subito per quell’appuntamento in radio, e quando passa a chi gli allunga un cd per una firma mica li scansa, e sì c’è tempo anche per una foto con quel bimbo, poi via di corsa, come la sua musica che corre e va. ma poi ritorna.


